Giordania 2008Il diario e le impressioni
Il Diario di Roberta : Aqaba

by Lia Garavini

Il Diario di Roberta : Aqaba


Aqaba

Mar Morto – Aqaba ( ritorno)

Con il ritorno ad Aqaba dal Mar Morto termina, in pratica, la prima metà della vacanza impegnata e più orientata alla conoscenza della storia dei luoghi, della religione e delle antiche tradizioni culturali arabe.

Abbiamo incontrato la storia del popolo dei Nabatei insediato a Petra per più di duemila anni, rivisitato la lunga traversata del deserto degli ebrei fuggiti dall’Egitto e guidati da Mosè verso la terra promessa, la figura di Giovanni Battista e la fonte battesimale nel fiume Giordano, il lago di Tiberiade o mare di Galilea dove Gesù di Nazareth camminò sulle acque, l’immenso deserto e i beduini.

Le minuziose descrizioni di Wa Ell (la guida) si riversano nella memoria di ognuno di noi suscitando il nostro interesse e la nostra soddisfazione nell’apprendere così tante nozioni. E la sensazione è paragonabile all’appagamento di un dopo pranzo di ottimo livello.
L’attenzione invece cala quando Wa Ell si improvvisa filosofo o sociologo con lunghi monologhi che somigliano più a sermoni che a spiegazioni obiettive.

Scopriamo anche i caravanserragli delle vie carovaniere che erano considerati, prioritariamente, punti di ristoro e di riposo ma potevano fungere anche da luoghi nei quali avvenivano ulteriori scambi delle merci preziose.
Incontriamo il castello fortezza in pietra lavica nera come DASR AL AZRAD, maniero di Lawrence d’Arabia o il ben conservato castello di QALAAT AL RABAD di Ajlun meglio noto come e poi KARAK che appare diroccato perché le sue pietre squadrate e bianche sono state usate per costruire altre case, altre dimore più recenti.

Arriviamo fino ai nostri giorni, tra la fine degli anni ’60 e metà ’70 con la guerra dei sei giorni ( 05/06/1967-10/06/1967 ) combattuta da alcuni Paesi Arabi (Egitto, Siria, Giordania e Iraq) contro Israele a seguito dell’occupazione di quest’ultimo del Sinai e delle alture del Golan. Israele sbaragliò il campo.
Invece la guerra del Kippur del 1973 ebbe per il mondo occidentale l’effetto della crisi petrolifera del 1976 che per l’Italia inaugurò la prima stagione dell’austerità.
Dopo meno di venti giorni le Nazioni Unite imposero ai duellanti il cessate il fuoco.
Per Israele, entrambe le guerre furono combattute sotto la presidenza di una donna Golda Meir e il “monocolo” Moshe Dayan a capo dell’esercito . Dall’altra parte  il presidente Sadat ( assassinato nell’84 ) e il re Hussein di Giordania .

Ad Aqaba dove avremmo dovuto trascorrere mezza giornata libera per poi volare a Sharm El Sheikh sostiamo più del previsto.
L’aereo che inizialmente doveva partire nel pomeriggio decollerà alle 22,40 con quattro ore di ritardo così atterriamo su Sharm alle 23,30.
Durante queste ore di inattività e di vuoto organizzativo ci si scambia opinioni e si bighellona non nascondendo il disappunto del disagio subito.
I voli charter nel periodo in cui si infittiscono i voli di linea, in particolare con l’inizio della stagione turistica, sono costretti ad adeguare i loro orari alla superiore gerarchia dei voli di linea. Tuttavia questa volta pensiamo abbia condizionato il ritardo il maltempo causato dalle abbondanti piogge che si stavano scaricando sull’Italia.

Aqaba è il porto principale della Giordania ed è anche la città più a sud del Paese.
Aqaba con i suoi ottantamila abitanti è situata nell’omonimo golfo, a est della penisola del Sinai e la costa e le acque territoriali vengono condivise con Israele di cui Eilat è l’avamposto più estremo e lo sbocco a mare più a sud.

La Giordania, nello scacchiere dei Paesi Arabi, è considerata tra i paesi dove il culto della religione islamica non appare eccessivamente dogmatico ed integralista.
Già la predominanza dei sunniti rispetto agli sciiti gioca a favore di ciò. Questi ultimi, qui in Giordania e in altri paesi arabi sono una fazione minoritaria, mentre sono presenti massicciamente in Iraq, in Iran, in Afghanistan e nello Yemen . La comunità sciita è strutturata secondo una precisa gerarchia religiosa al vertice della quale c’è l’imam e affermano che la guida religiosa deve essere riservata ai membri della famiglia di Maometto mentre i sunniti  controbattono che l’erede deve  essere il più capace tra tutti gli altri senza considerare la parentela.
Le tensioni tra sciiti e sunniti diventano esse stesse elementi di contrasto profondo in tutto il Medio Oriente .
La religione, a volte, è una continuazione della politica con altri mezzi se non addirittura la politica stessa come sta avvenendo in alcuni paesi arabi e mediorientali.
I versetti del Corano vengono interpretati e seguiti con qualche licenza ed elasticità, anche se non mancano numerosi casi di donne che continuano ad indossare abiti neri ed il velo in testa da dove spunta solo gli occhi e uomini con il caftano, la classica tunica araba, e la kefia rossa.

Sul colore della kefia, rossa e nera, occorre fare una distinzione: la rossa simboleggia la rivolta di tutti i Paesi arabi, al contrario quella nera, che portava ad esempio Arafat, testimonia la lotta del popolo palestinese.
Tra le donne che indossano questo tipo di abbigliamento tradizionale non si notano distinzioni di età e per strada come in spiaggia o al mercato si incontrano moltissime giovani.
L’abbigliamento occidentale risulta in forte maggioranza tra gli uomini, di qualsiasi età mentre tra le donne prevale l’abito tradizionale, una scelta consapevole o obbligata? Difficile dare una risposta senonchè tra i  negozi non mancano certo quelli che espongono abiti occidentali e mostrano anche intimo molto succinto.
E allora se ci sono vetrine vuol dire che c’è anche chi è disponibile ad acquistare.
In pratica, per la donna, esistono due modi di mostrarsi : uno pubblico e l’altro privato. Il primo severo e castigatore, l’altro più libero, più mondano per l’ambito familiare.
La scena “più compassionevole” la vediamo quando passeggiando lungo il litorale di Aqaba notiamo alcune donne vestite di nero che si immergono senza spogliarsi e che successivamente subiranno, con gli abiti bagnati indosso, il processo di asciugatura al sole.

La società giordana, così come in generale lo è il mondo arabo, è maschilista nel profondo e fortemente ancorata alla tradizione del primo figlio maschio. La famiglia patriarcale numerosa , almeno 10/12 persone, è il fulcro della società o per meglio dire della tribù dalla quale si proviene.
La tradizione familiare consente e prevede che si continui a vivere tutti insieme ritrovandosi la sera a consumare il pasto attorno ad un unico tavolo.
La donna giordana è una figura protetta per la semplice ragione che è donna, ma nella gerarchia familiare e lavorativa ricopre un ruolo prettamente secondario e subalterno, ruolo che si accentua nell’organizzazione domestica dei beduini.

Con occhi occidentali e aiutati dalle nostre modeste conoscenze degli usi e dei costumi della società giordana, questo è il Paese che abbiamo percepito. Abbiamo trovato una nazione moderata tra i vari paesi arabi/musulmani, con relazioni diplomatiche collaudate e un paese istituzionalmente stabile ma con un livello di “condizione sociale” e di redistribuzione della ricchezza assolutamente sbilanciato e insufficiente. Se poi allarghiamo l’orizzonte e guardiamo al ruolo sociale della “seconda metà del cielo” allora il modello adottato è del tutto insufficiente.
Dalla moderata Giordania dunque e senza un grande sforzo di fantasia possiamo immaginare la condizione delle donne nei Paesi islamici più integralisti  e figurarci nella mente soggetti femminili del tutto annullati sia nella mente che nelle intelligenze individuali e collettive.

Scrive Eugenio Scalfari nel suo ultimo libro ” L’uomo che non credeva in Dio” riferendosi, in modo generale, alle libertà delle persone :” il diritto del suo padrone ha messo in catene la sua volontà…. E questa è la più tremenda e intollerabile delle ingiustizie: non essere riconosciuti”.

Di fronte a questi eccessi convivono e sono tollerate situazioni, che lette secondo i dettami del Corano, appaiono paradossali come l’abbattimento dei cinghiali per venderne la carne e la coltivazione della vite.
Alla domanda, forse un po’ retorica,: “ ma la carne di suino o il vino non sono alimenti vietati dalla vostra religione?”  La risposta di Wa Ell è al tempo stesso disarmante e filosofica : “ se qui ( siamo a nord presso Ajlun lungo Wadi Araba e le terre sono somiglianti , per le coltivazioni, al nostro sud) vendono carne di suino ( che altro è un cinghiale!!) e coltivano la vite vuol dire che non sono solo i turisti a farne uso”.
Domanda diretta e forse irritante, risposta chiara ma con un contenuto di ipocrisia.